La CSE non sottoscrive il CCNQ di proroga al 31 dicembre 2030 del termine per l’opzione TFR/TFS
Nella riunione odierna presso l’ARAN relativa al Contratto Collettivo Nazionale Quadro per la proroga del termine previsto dall’Accordo Quadro Nazionale del 29 luglio 1999 in materia di TFR e previdenza complementare per i dipendenti pubblici, la CSE ha deciso di non sottoscrivere l’accordo.
La scelta della Confederazione nasce da una valutazione di merito e dalla convinzione che, dopo oltre vent’anni di proroghe successive, non sia più possibile limitarsi a rinviare i termini senza affrontare le criticità strutturali del sistema. Un sistema caratterizzato dalle inaccettabili iniquità in materia di differimento forzoso dei tempi di erogazione del TFR/TFS ai pensionati pubblici.
Perché la CSE non ha firmato
1. Vent’anni di proroghe senza una vera soluzione
L’accordo rinvia ulteriormente al 31 dicembre 2030 il termine per esercitare l’opzione prevista dalla normativa sulla previdenza complementare.
Per la CSE si tratta dell’ennesimo rinvio di una disciplina che avrebbe dovuto essere oggetto, già da tempo, di una revisione organica e di un confronto approfondito con le parti sociali.
2. Chi doveva scegliere ha già scelto
A distanza di oltre due decenni dall’introduzione del sistema, la gran parte dei lavoratori in servizio prima dell’1 gennaio 2001, che ritenevano conveniente aderire alla previdenza complementare trasferendo il proprio TFS in TFR, ha già effettuato la propria scelta.
Le continue proroghe rischiano pertanto di trasformarsi in un mero adempimento formale, senza produrre effetti significativi in termini di nuove adesioni.
3. Convenienza sempre più ridotta, soprattutto vicino alla pensione
Le analisi sviluppate negli anni, comprese quelle elaborate da istituti specializzati e dallo stesso MEFOP, evidenziano come la convenienza dell’adesione alla previdenza complementare tenda progressivamente a ridursi per i lavoratori che si avvicinano all’età pensionabile.
Per questo motivo la semplice proroga del termine che di fatto interessa solo il personale prossimo alla pensione, non affronta il vero problema: rendere il sistema realmente attrattivo e conveniente per i dipendenti pubblici
4. Necessità di verificare gli effetti delle precedenti proroghe
Prima di procedere ad un ulteriore differimento dei termini, sarebbe stato opportuno effettuare una verifica trasparente sugli effetti prodotti dalle precedenti proroghe, valutando:
• il numero effettivo delle nuove adesioni;
• l’impatto sulle diverse categorie di lavoratori;
• le ragioni della persistente scarsa diffusione della previdenza complementare nel pubblico impiego;
• le eventuali modifiche normative necessarie per superare le criticità emerse.
5. Una normativa che non appare più adeguata
Per la CSE il problema non è la scadenza del termine, ma l’impianto normativo che disciplina la previdenza complementare nel pubblico impiego.
Dopo oltre vent’anni dall’Accordo del 1999, il quadro di riferimento, già oggetto di forti perplessità, appare superato e necessita di un intervento di aggiornamento che tenga conto dell’evoluzione del mercato del lavoro;
• delle trasformazioni intervenute nel sistema pensionistico;
• delle esigenze delle nuove generazioni di lavoratori pubblici;
• della necessità di garantire maggiore flessibilità e piena libertà di scelta.
La proposta della CSE
La Confederazione ritiene necessario aprire un confronto politico e contrattuale finalizzato a:
• rivedere complessivamente la disciplina della previdenza complementare nel pubblico impiego;
• valutare forme più efficaci di incentivazione all’adesione;
• garantire una piena informazione ai lavoratori;
• verificare la possibilità di superare gli attuali vincoli normativi che limitano la libertà di scelta dei dipendenti pubblici;
• rendere il sistema più trasparente, moderno e coerente con le esigenze dei lavoratori, superando l’attuale gestione dei Fondi caratterizzati da una conduzione centralizzata e non brillante della governance di fatto in mano ad un accordo di cartello CGIL, CISL, UIL.
La mancata sottoscrizione dell’accordo da parte della CSE non rappresenta una contrarietà alla previdenza complementare, specie in una fase in cui può rappresentare un importante pilastro per la pensione dei giovani, ma la richiesta di affrontare finalmente, con serietà e senza ulteriori rinvii, le criticità che da oltre vent’anni ne ostacolano lo sviluppo nel pubblico impiego.
Continuare a prorogare i termini senza intervenire sulle cause che hanno determinato la limitata adesione dei lavoratori significa rinviare ancora una volta la soluzione del problema. È il momento di aprire una vera stagione di riforme e di confronto.









